Suona la sveglia. Mi sveglio.
Aaaaaaaaah! Noooooooo… mi sono scordata di modificare la sveglia ieri sera, troppo tardi con il solito treno. Ok, sono ancora in tempo se vado in auto. Bagno, colazione, armadio, bagno, giacca. Ok, sono ancora in orario, speriamo non ci sia traffico. Aspetta un attimo, perché tutto questo silenzio fuori?! Il traffico?! È l’ora giusta?!
D’improvviso, ti sei svegliata di lunedì e dopo un’oretta realizzi che hai un giorno in più, regalato, oggi.

Per uno scherzo del telefono, trovo questa foto. Qualche estate fa, in ferie all’estero, terapia multi-iniettiva perché microP si era rotto (crepa nel portabatteria, infiltrazione d’acqua e cortocircuito, due giorni prima della partenza).
Occasione quella (perché in ferie ce lo si può concedere) di “sperimentare”, osservare, valutare la propria gestione della malattia:
– metodi (=modi di fare le operazioni necessarie alla terapia)
– processi (=insieme delle azioni utili alla gestione metabolica)
– errori sistematici (=abitudini, più o meno inconsapevoli, che hanno effetto negativo) e casuali (=interventi, più o meno sbagliati, ad imprevisti per cui non si è preparati)
Allora, uno spiacevole evento è diventato poi occasione per fare il punto sulla (mia) crescita nella gestione del diabete, nella pratica, tutti i giorni e nei diversi momenti della vita.
Oggi, una buffa coincidenza diventa occasione invece per fare il punto sul percorso di accettazione della (mia) malattia cronica. Sorrido.
Sono lontani i tempi in cui mi dimenticavo di fare la puntura (=il mio cervello trasformava in vuoti di memoria la necessità di “non pensare” al diabete, di negare la sua presenza nella mia vita quotidiana e nella mia persona, almeno per qualche istante).
Sono un po’ meno lontani quelli in cui ho iniziato a “scrivere” del mio diabete su dolcementetipo1.blog, esperienza che con il tempo ho imparato a riconoscere come la mia esperienza di patografia (=forma di narrazione che aiuta a costruire nuove storie capaci di curare le ferite dell’anima causate dall’insorgere di una malattia).
Più recenti i tempi in cui, senza sapere bene perché e senza essere pronta, mi sono lanciata a tutto cuore in un progetto ambizioso di dare forma ad un’associazione. Mi muoveva il desiderio di “non sentirmi sola”, la mancata possibilità di camminare insieme ad altri, di confrontarmi con altri che “sapevano” cosa era vivere con il diabete, non perché glielo raccontavo io ma perché ne avevano esperienza diretta.
È mentre cammini con gli altri, ti dai da fare per gli altri, che ti trovi davanti le questioni “aperte” della tua esperienza, quelle di cui hai ancora tanta strada da fare. E quando scendi al cuore delle cose, della tua esperienza, è allora che arrivi alla loro essenza, e fai quei passi che prima non eri in grado di fare. La sfida educativa è scoprire poi un linguaggio universale, che parla all’esperienza di altri, al cuore degli altri, nel rispetto e nell’accoglienza di ognuno, nella diversità che è ricchezza, insieme.
Mi torna in mente anche una frase che avevo scritto in uno dei primi articoli del blog, dove riprendevo un appunto sul mio “quaderno degli scarabocchi” ancora anni prima, poco dopo l’esordio della malattia… così ti rendi conto che stai imparando la lezione dell’accettare e “sarai felice con gli altri, o da solo seduto su un prato e potrai usare tutto ciò che avviene nella tua vita, le tue gioie e i tuoi dolori, per diventare una persona migliore, più buona” (K.Gallmann).

Davanti alla malattia ci si trova a dover guardarsi con uno sguardo nuovo, essere disponibili ad una revisione delle proprie idee e aspettative, a come si era abituati a conoscere il proprio fisico, le proprie abilità, punti di forza e debolezze, la propria personalità e quindi il modo di relazionarsi con se stessi e con gli altri, un cambio del punto di vista sugli eventi e talvolta un faticoso processo di reinterpretazione di sé. Un evento traumatico come una malattia cronica può anche diventare percorso di crescita e consapevolezza, un continuo laboratorio esperienziale, come le altre cose della vita.
Oggi, metto insieme tutti questi pezzi. Sorrido, e mi sento fortunata e grata.
